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Antonio Monetti, prigioniero n. 125757

Antonio Monetti, prigioniero n. 125757
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di Angelo Marchese | Sono anni, oramai, che mi dedico alla ricerca di tutto ciò che racconta di Cervinara e dei suoi uomini. Amo tutto ciò che mi permetta di andare indietro con gli anni, cercando, così, di rivivere momenti di vita passata della nostra comunità. La mia continua ricerca, tra archivi cartacei in biblioteche nazionali ed estere, tra archivi digitali di Istituzioni statali e non, mi dona, ogni volta che ritrovo qualcosa, un’immensa felicità. Documenti che raccontano la vita sociale e politica, quindi storie, immagini e tutto ciò che mi emoziona e che fa emozionare i lettori.

Layout 1Durante una mia ricerca su un sito che tratta la compravendita di documenti che interessano molti collezionisti, mi imbatto in una scheda proveniente da archivi militari inglesi che “racconta” una parte di vita di un nostro compaesano: Antonio Monetti. Il documento, che è parte di uno schedario gestito dal Governo inglese sui prigionieri della seconda guerra mondiale, riporta gli avvenimenti del cervinarese dal 4 gennaio 1941 al maggio 1945. Sulla scheda, di color rosa, compare nell’angolo in alto a sinistra la foto del prigioniero Antonio Monetti che mostra il suo numero di matricola: 125757. Leggiamo, poi, la data di nascita a Cervinara il 13 giugno 1912 e l’occupazione civile di Musicista. Riporta anche il nome della moglie Monetti Maria e l’indirizzo a Cervinara in Via Pantanari numero 2. In verità il cognome della moglie doveva essere Campana, ma nei paesi anglosassoni è d’uso, ancora oggi,  che la coniuge assuma il cognome del marito. Viene riportato, inoltre, il grado militare  e l’appartenenza al corpo: Soldato mitragliere del 202° Reggimento artiglieria della Divisione Temeraria Arditi 28 Ottobre. 

Il nome dato alla divisione richiamava e celebrava il giorno di inizio della marcia su Roma organizzata dal Partito Nazionale Fascista (PNF), guidato da Benito Mussolini, il cui successo ebbe come conseguenza l’ascesa al potere del partito stesso in Italia. In questa data, quindi, alcune decine di migliaia di militanti fascisti marciarono sulla capitale rivendicando dal sovrano la guida politica del Regno d’Italia. La 28 ottobre fu costituita il 10 maggio 1935 ed era comandata dal Generale di brigata Umberto Somma. Il vice Comandante era il Console Generale Giuseppe Moscone. La Divisione aveva come motto: “Summa audacia et virtus”. Inizialmente alle dipendenze del XXI corpo della X Armata, era schierata presso il confine tunisino. A partire dal mese di ottobre, venne inquadrata nel XXIII corpo della V Armata, presidiando la località di Sollum. In seguito alla controffensiva britannica, denominata Operazione Compass, la divisione si ritrovò assediata a Bardia, dove venne distrutta nei primi giorni del mese di gennaio del 1941. I moltissimi superstiti furono fatti prigionieri.

Layout 1Tra questi il nostro Antonio Monetti che era stato richiamato nel giugno del 1940, essendo già concedato come reduce della guerra in Etiopia, allora Abissinia. Antonio aveva preso parte all’avanzata italiana sino alla conquista della capitale Addis Abeba il 5 maggio 1936. Era ritornato, fortunatamente, solo ferito lievemente da una scheggia sulla fronte, dalla campagna d’Abissinia e mai poteva pensare di dover ritornare in prima linea, anche perché era sposato ed aveva già due bambini. Per la legge fascista, però, gli unici ad essere esentati dalla chiamata potevano essere solo coloro che avevano cinque figli. Al cervinarese, questa cosa, non era andata giù e in più occasioni “criticava” le scelte del regime tanto che, pur avendone i meriti, non fu mai nominato Sottufficiale.

Ce lo ricorda il secondogenito Gennaro, il primo si chiamava Enrico, entrambi figli di primo letto di Antonio Monetti, oggi 80enne abitante a Rotondi, con il quale ho avuto una piacevole chiacchierata. Gennaro, che da bambino ascoltava i racconti del papà, e che, mentre me li ripete, si illumina quando parla delle cose piacevoli accadute al padre e si incupisce quando parla delle brutture della guerra. Della cattura del padre a Bardia, nella casa di via Pantanari a Cervinara, non avevano saputo. Non avendo da mesi più notizie, la madre si era rivolta, attraverso canali militari ed ecclesiastici, allo Stato italiano che comunicava alla famiglia che il proprio familiare era da ritenersi “disperso”. Con due bambini piccoli Maria Campana cercò di far fronte alle necessità della famiglia nel migliore dei modi e, come ci dice Gennaro, “non avevamo, però, perso la speranza di rivedere papà”. Questa speranza fu ripagata, solo nel 1943, grazie alla Croce Rossa che, dopo varie ricerche, comunicava a Maria e ai due figli di aver ritrovato il familiare in un campo di prigionia in India.

Antonio Monetti vi era giunto il 2 marzo del 1941, come si legge dalla scheda, dopo un viaggio iniziato tre giorni dopo la cattura avvenuta il 4 gennaio 1941, prima a piedi e, poi, in treno fino a Suez. Un viaggio, come raccontano le testimonianze di altri deportati, non certo facile. Le fonti storiche riportano che, dal giorno della resa il 7 febbraio 1941, durante tutta l’Operazione Compass, vennero catturati e deportati circa 133.000 prigionieri italiani. Le autorità britanniche impreparate a far fronte ad un numero così elevato di prigionieri, “assegnarono” i P.O.W. tra India, Australia e Inghilterra. Più del cinquanta per cento furoro imbarcati per l’India che, per le note condizioni economiche dell’epoca, era fortemente impreparata ad accogliere un tale numero di persone. Campi di prigionia improvvisati in baracche fatiscenti, senza servizi igienici e sanitari e, cosa ancora più grave, senza cibo. I prigionieri soffrirono molto nei primi mesi perché gli indiani vendicavano le perdite subite nelle battaglie, vessando i prigionieri con azioni violente infischiandosene della Convenzione di Ginevra del 1929 che “permetteva di utilizzare i prigionieri, ad eccezione degli ufficiali, in lavori non connessi ad azioni belliche … e di trattarli umanamente.

Così scrive, uno di loro, in alcune memorie pubblicate: “Navi stracariche di prigionieri laceri e stanchi stipati nelle stive con gli oblò bloccati. Non passava neppure un filo d’aria. Il caldo era opprimente e dentro le stive sudavamo in continuazione. Era concessa solo un’ora d’aria al giorno, sul ponte e sotto scorta, ma era proibito recarsi in altre parti della nave. La mattina veniva distribuita una tazza di tè amaro ed un pacchetto di gallette che doveva bastare tutto il giorno, a pranzo una brodaglia indefinita su cui galleggiavano pochi pezzetti di carne, due cucchiaiate di spezzatino ed un pugno di riso. La sera”, continua il racconto di un superstite, “la carne era sostituita da un intruglio di verdure, accompagnate dal solito riso, scotto e sciapo. L’acqua potabile veniva distribuita solo per due ore. Questo trattamento durava per tutta la navigazione, sino all’arrivo a Bombay, dopo quindici giorni, quindici giorni di sudore, lacrime e sofferenze indescrivibili su questi piroscafi passeggeri, riadattati per il trasporto dei prigionieri.

Antonio raccontò di quel viaggio che aveva fatto insieme ad un migliaio di altri italiani, parlò di quando raggiunse stremato il porto di Bombay, dopo molti giorni di navigazione, della marcia a piedi per centinaia di chilometri per raggiungere la tendopoli del campo di smistamento di Bangalore e dell’arrivo a destinazione alle pendici dell’Himalaya dove erano stati approntati, in tutta fretta, dei campi di prigionia.Layout 1

Qualcuno morì lungo il viaggio in mare”, riporta una cronaca di quegli anni, “altri appena arrivati a Bombay. Altri ancora appena arrivati nei campi, addirittura di scorbuto e non nel corso di una delle tante epidemie di colera che colpirono il campo.

Là trovò, secondo il racconto di Gennaro, tra decine di migliaia di commilitoni anche due cervinaresi: Clemente Taddeo e il fratello del parroco di San Marciano don Leone Supino, del quale, però, non rammenta il nome o del parroco di San Potito e della chiesa del Carmelo, l’Abate don Gabriele Buonanni, di nome Vittorio che, da fonti certe, era nello stesso periodo prigioniero in India. Fu assegnato prima al campo di Bhopal e in attesa di designazione definitiva, stabilita in base anche alla scelta di ogni prigioniero di dichiararsi “irriducibile fascista” e quindi “non cooperante”. Una dichiarazione, insomma, di fedeltà o meno alla fede fascista. Antonio Monetti si dichiarò cooperante e fu assegnato al campo di prigionia numero 28 di Yol. Gli altri che non rinnegarono Mussolini e le sue discutibili manie di colonizzazione, furono assegnati al campo degli “irriducibili” numero 25. Grazie a questa scelta il cervinarese poté vivere gli anni “indiani” più tranquillamente, a differenza degli altri due compaesani che si dichiararono “irriducibili”.

Antonio fu assegnato, dopo l’inoculazione di vaccinazione per tifo, tubercolosi e tetano, al campo numero 4 come P.O.W. (Prisoner of War). Benvisto dagli indiani ebbe la possibilità di muoversi liberamente nel campo e, grazie alla sua intraprendenza, iniziò l’attività di calzolaio che gli permise di guadagnare qualche soldo per migliorare le condizioni di vita. Grazie alla sua capacità di suonare il clarinetto, poi, entrò a far parte dell’orchestrina del campo. Questa sua dote musicale l’aveva acquisita sin da bambino: aveva studiato musica e la leggeva e scriveva correntemente, “così come”, ha tenuto a precisare il figlio Gennaro, “scriveva e leggeva in italiano. Aveva frequentato le scuole ed era arrivato alla Sesta Avviamento. Era in grado, anche, di poter parlare di qualsiasi argomento di attualità. Lo faceva”, continua con orgoglio Gennaro, “quando si recava in piazza Trescine e si infilava in un capannello di persone che discutevano del più e del meno. Era, insomma, intelligentissimo.”

Riuscì, finalmente, dopo vari tentativi di comunicare con la famiglia a Cervinara e scrisse una lettera che includeva anche una fotografia, scattata durante la prigionia che pubblichiamo. La moglie rispose alla missiva inserendo, anche, una foto del 1940 in cui era con i figli Enrico di 7 anni e Gennaro di 4 anni, dalla quale non si separò fino al suo ritorno a casa. La sua permanenza in India durò fino alla fine del 1943, circa quattro mesi dopo la firma dell’Armistizio, proclamato l’8 settembre 1943, quando fu chiamato al comando del campo per essere avvertito su un probabile trasferimento. Credette di ritornare a casa, finalmente, ma rimase deluso dalla notizia che non sarebbe stato liberato ma trasferito in un campo di prigionia in Inghilterra. Non capiva perché, nonostante l’Italia dopo l’ottobre del 1943 fosse da paese nemico diventato a paese cobelligerante, non venisse rimpatriato.

Arrivato in Inghilterra, presumibilmente nei pressi di Liverpool, fu assegnato al Royal Pioneer Corps, una sorta del nostro Genio Militare, e vi rimase fino al 26 maggio del 1944, come è riportato dalla scheda rosa. Ancora trasferito il 22 novembre del 1944 al 1° Grand Commander of the Bath e, ancora, il 22 maggio del 1945 al 2° Grand Commander.

Layout 1“Ai primi del 1945” si legge dal diario di un prigioniero in terra inglese, “ci spostarono ancora, e quella volta ci mandarono vicino a un grande campo di aviazione. Il nostro lavoro era quello di aiutare i militari inglesi a preparare le bombe vicino alle fortezze volanti, per poi essere caricate su questi grandi aerei. Quando eravamo in quel campo a lavorare, eravamo a stretto contatto coi militari inglesi, e loro normalmente comperavano il giornale, come del resto fanno tutti gli Inglesi: leggono molto più di noi. Anche noi si dava qualche occhiata e si vedeva che la guerra volgeva al termine, e allora di sovente si chiedeva quando ci avrebbero mandati a casa. Loro rispondevano sempre “Domani”, naturalmente in lingua inglese (“tumorro”). Prigionieri e cooperatori allo stesso tempo”, si legge su un giornale del tempo, “questi uomini pagarono con il loro contributo di lavoro gli aiuti economici che gli alleati stavano concedendo all’Italia. Finita la guerra furono trattenuti ancora per molto tempo, con la giustificazione delle difficoltà di trasporto, ma in realtà perché utili e anzi fondamentali per l’economia di quei paesi.

Antonio Monetti dovette aspettare ancora un paio d’anni per essere, finalmente, liberato. Fece ritorno a casa alla fine del 1946, con una nave arrivata a Napoli che riportava in patria parecchi prigionieri. Il figlio Gennaro, ancora oggi, emozionato ricorda il momento del riabbraccio con il padre dopo ben 6 anni.

Il prigioniero n. 125757 poté, così, riprendere la sua vita in terra amica.

Convolò a seconde nozze con Giovannina De Gregorio, vedova di guerra e già madre di Gigginella, ed ebbe altri sei figli: Erminio, Sandro, Domenico, Teresina, Antonietta e Annamaria. Continuò ad esercitare l’attività di calzolaio, oltre che a svolgere l’attività di musicista nella Banda Città di Cervinara, famosa già nei primi anni del secolo, diretta dal Maestro Giuseppe Napolitano e composta da oltre cinquanta elementi. Si dice che questa Banda, di bravissimi esecutori, sia stata anche in tournée in America negli anni ’20.

Ma questa, è un’altra storia!

Angelo Marchese

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