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Sant’Agata, corteo ospedale: in 300 per chiedere l’attuazione del Decreto 41

Sant’Agata, corteo ospedale: in 300 per chiedere l’attuazione del Decreto 41
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In 300 hanno chiesto l’attuazione del decreto 41 2019, unica via per salvare e, prima ancora, potenziare l’ospedale di Sant’Agata de’ Goti dando esecuzione, del resto, a quella che è una legge della Regione Campania. Il corteo, dopo il raduno sul viale Vittorio Emanuele III, ha mosso verso il centro storico approdando in piazza Umberto I, dove si sono avuti gli interventi degli organizzatori del Movimento civico per l’ospedale – supportati logisticamente dai ragazzi di Pausa Caffè. Presenti i consiglieri regionali Abbate e Mortaruolo, il deputato Maglione, i sindaci di Airola, Bonea, Dugenta, Limatola e Telese Terme oltre al vicesindaco di Bucciano; con loro anche Beby Izzo, numero uno provinciale di Italia Viva, e gli omologhi del Partito Democratico Antonella Pepe e Giovanni Cacciano. Di seguito le parole dei promotori

“Oggi, ancora una volta, i cittadini sono scesi in piazza a difesa del proprio diritto alla salute.
La nostra presenza, stasera, sta a testimoniare un impegno condiviso per la salvaguardia del P.O. Sant’Alfonso Maria de’ Liguori; affinché il nostro sia un ospedale attivo e funzionante, realmente utile a rispondere ai bisogni e alle necessità di quanti vivono questo territorio.
A dodici anni dalla sua apertura, il Sant’Alfonso è sostanzialmente svuotato quasi del tutto delle sue funzioni e delle sue enormi potenzialità.
In questa piazza, tutti sanno che, nel corso del tempo, l’ospedale ha subito interruzioni di servizio, chiusure di reparti e costanti diminuzioni di personale.
Alcuni di noi si sono incatenati ai cancelli dell’ospedale e molti hanno partecipato alle svariate manifestazioni che, a tempi alterni, sono state organizzate per la difesa del nosocomio.
Credevamo, noi tutti, che il Decreto n. 41 del maggio 2019 avesse finalmente risolto la questione, riorganizzando definitivamente l’ospedale. Il decreto prevede, infatti, ed è sempre bene ricordarlo, 4 posti di cardiologia, 10 di chirurgia generale, 10 di ortopedia, 26 di riabilitazione, 12 di medicina generale, 4 di anestesia e rianimazione, 6 di oncologia e 24 di lungodegenza, nonché un pronto soccorso pienamente funzionante.
Allo stato attuale, invece, nonostante la dura lezione di questi ultimi due anni di pandemia, alcuni reparti sono stati definitivamente chiusi, come anestesia e rianimazione; di alcuni, come chirurgia generale od ortopedia, non rimane che poco più di niente e di altri, come cardiologia o oncologia, non vi è proprio traccia. Lo stesso pronto soccorso è ormai totalmente depotenziato per l’inefficienza dei reparti e per la mancanza di personale. Solo il lavoro di molti dei dipendenti ha evitato la totale paralisi nel recente passato.
Negli scorsi mesi si è spesso parlato di una riconversione parziale della struttura, per riempirla con servizi forniti dall’ASL; in particolare con una Casa della Comunità, un Ospedale di Comunità e una Centrale Operativa Territoriale.
Poiché su queste definizioni c’è poca chiarezza, forse è il caso di spendere due parole su di esse.
Le Case della Comunità sono luoghi in cui i cittadini trovano servizi socio-sanitari di base, in cui lavorano medici, infermieri e altri professionisti, nonché personale sociale e amministrativo e dove è possibile effettuare esami diagnostici come spirometrie, screening diabetologici o ricevere vaccini e fare prelievi.
Gli Ospedali di Comunità, invece, sono strutture di ricovero breve, in cui vengono assistiti pazienti che richiedono cure a bassa intensità, riabilitazioni, o che, pur provenendo da strutture ospedaliere, non sono in condizioni di poter essere adeguatamente assistiti a casa.
Infine, le Centrali Operative Territoriali hanno il compito di fare da raccordo tra i vari soggetti coinvolti nel processo assistenziale.
Si comprende, insomma, che queste sono tutte strutture utili, nate con lo scopo di alleggerire il lavoro di uno specifico ospedale, ma che non possono certo sostituirne i servizi.
Per essere più chiari:

  • E’ possibile recarsi presso un Ospedale di Comunità in caso di infarto o ictus? O ancora, per una frattura? NO.
  • Avere la Centrale Operativa Territoriale significa avere un pronto soccorso? NO.
    Si sta, insomma, prospettando la possibilità di riconvertire la struttura del nostro ospedale in un grosso poliambulatorio che, con molta probabilità, rimarrà comunque vuoto, a causa dell’impossibilità di assumere personale.
    Lo stesso Presidente De Luca, su questo punto, in una sua dichiarazione del 5 marzo, è stato chiaro: esiste la seria preoccupazione, rispetto al progetto delle Case di Comunità in Campania, che non sia disponibile, per motivi finanziari, il personale per farle funzionare.
    Eppure, mentre si parla di possibili alternative, dando per scontato che l’ospedale sia destinato a chiudere, il decreto 41 non è mai stato sostituito e rimane tuttora valido.
    Troppo spesso sentiamo dire che la nostra è una battaglia contro i mulini a vento, che è tutto scritto. Come se il destino dell’ospedale e di un territorio fosse ineluttabile. Non lo è! E chi sostiene il contrario, cerca solo scuse per non impegnarsi.
    Se c’è qualcosa di già scritto, è proprio il Decreto 41!
    Ad oggi nessuno si è preso la briga, la responsabilità istituzionale e politica di dirci: “il decreto non si attua”, anzi.
    Il Presidente De Luca ne ha confermato l’attuazione e ne ha addirittura stabilito il potenziamento. Noi chiediamo solo che quanto detto venga fatto.
    Se un giorno, poi, dovessero dirci che non è possibile attuare il decreto… mi dispiace ma nemmeno allora resteremo fermi!
    Perché non è concepibile che un territorio come il nostro resti privo di una dignitosa assistenza sanitaria.
    Non arretreremo.
    Se il nostro primo passo è stato quello di riportare l’attenzione sul tema ospedale, grazie anche all’impegno di più parti politiche, il fine ultimo, ora, non può che essere quello di ottenere l’attuazione del Decreto 41/2019.
    Noi non chiediamo privilegi o differenze di trattamento rispetto agli altri territori regionali e nazionali. Noi rivendichiamo il diritto alla salute.
    In questa piazza noi non siamo venuti a chiedere il favore di rendere funzionante l’ospedale Sant’Alfonso. In questa piazza siamo venuti ad esigere che venga rispettato un diritto costituzionale.
    Lo stiamo facendo in tutte le sedi, riscontrando anche vivo interesse per la causa.
    Nei giorni scorsi sono stati presi degli impegni e ne stiamo attendendo il riscontro. Vi terremo aggiornati, come stiamo ormai facendo da mesi.
    Essere correttamente informati è fondamentale per portare avanti questa battaglia insieme.
    Il Movimento, infatti, è costituito da ognuno di noi, da tutti coloro che non si girano dall’altra parte, da quelli che ci hanno messo la faccia, stasera, in questa piazza, a sostegno di una causa comune.
    Ringrazio, quindi, tutti voi presenti. I cittadini, le associazioni, i parroci e la Diocesi, la polizia municipale e l’Arma dei Carabinieri, i sindaci e gli amministratori locali, i consiglieri regionali e i parlamentari presenti e le rappresentanze dei partiti.
    Il gioco di squadra, in questi casi, è fondamentale. Perché da soli non si va da nessuna parte.
    Insieme siamo comunità, oltre le bandiere, le ideologie e le simpatie personali.

Insieme per il nostro ospedale!”

Martina e Antonino, piccoli manifestanti santagatesi
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