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Un racconto al tempo del Covid

Un racconto al tempo del Covid
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“Paziente 20.793” di Gabriele Crispo – Dedicato all’umanità che resiste malgrado le tenebre.

20.793 non è solo un numero ma un paziente di nome Edoardo.Il racconto del giovane scrittore Gabriele Crispo, è uno dei diversi brani  narrati nell’antologia”Tenebrae” composta da vari autori ed il cui ricavato sarà devoluto all’associazione AAIS onlus impresa sociale. Il racconto parla di Edoardo ricoverato in ospedale a causa del covid  e dei suoi momenti belli della vita, unici a tenergli compagnia alla fine della sua esistenza. Essere ricoverati in ospedale durante questo difficile periodo, significa essere soli, le giornate senza le consuete visite dei parenti, possono diventare interminabili.In alcuni casi non c’è possibilità di comunicare con l’esterno, anche per gli operatori sanitari é difficile stare vicini e dedicare tempo ai pazienti che, oltretutto, non possono vedere altro che tanti occhi che spuntano dai dispositivi individuali di protezione. La diffusione del Coronavirus, ci ripropone un dilemma morale,  fra affetti e supporto psicologico da un lato e interruzione dei contatti con l’esterno, vale a dire con parenti, amici, con quanto rende una vita, “vita”, e che per le persone in età avanzata o per coloro in cui una malattia consente, con ogni probabilità, uno spazio di tempo limitato, sono legami che, ora interrotti, non si riannoderanno.
 L’effetto più devastante  della malattia di Edoardo  è la solitudine: quella di chi non può vedere i propri cari,ma la solitudine più dolorosa è quella che  Edoardo lascerà la vita terrena privato completamente dei suoi affetti più cari. Ad alleviare questo grande dolore ci sono i ricordi dell’intera esistenza che nonostante tanti riaffiorano tutti alla mente.Con paziente 20.793 Gabriele Crispo  vuole dar voce alle storie dimenticate e vissute da tantissimi pazienti negli ospedali di tutto il mondo,Dalla lettura del brano che fa vibrare le corde dell’anima del lettore  emerge la  sensibilità profonda del giovane  scrittore nel soffermarsi sull’ultimo respiro di Edoardo che muore senza nemmeno un saluto ed un viso familiare ma con il cuore colmo di gioia per una vita vissuta appieno ed a togliergli il fiato è il rivivere la sua esistenza e non il covid.                                                                    Brigida Abate 

(Foto da web)                                                                                                               

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Ecco il racconto:
All’umanità che resiste malgrado le tenebre.
Edoardo ha ottant’anni e si appresta a spirare. È un uomo giunto all’epilogo della vita. Ha immaginato quel momento tante volte negli ultimi due anni, da quando gli è stato diagnosticato un tumore al rene sinistro. Non se l’è immaginato così, quel momento. La morte è in agguato, pronta a chiamarlo, ma mai avrebbe pensato che se lo sarebbe portato via in questo modo, lontano da tutte le persone che ama. In un ospedale di Milano, una Milano in piena emergenza coronavirus. Nella corsia di un corridoio sta per terminare la vita di Edoardo, senza nessuno al suo capezzale. Non l’amata moglie Elena. Non suo figlio Roberto e né tantomeno i suoi tre amati nipotini, Carlo, Vittorio e Marta. L’ospedale, che non ha più posti letto liberi da settimane, ha predisposto una corsia ospedaliera nei corridoi della struttura, grazie ai numerosi aiuti economici e materiali arrivati in Lombardia, a opera di benefattori.
Edoardo Mancini, il paziente 20.793 dell’emergenza Covid-2019 in Italia, è nel secondo corridoio del padiglione est al quarto piano dell’ospedale. Ha visto morire due persone quella mattina. Uno era di Rho, lo conosceva. Roberto, il fornitore di farina della sua panetteria, avevano un rapporto professionale.
L’altro era un amico, un vero amico, quasi un padre, Massimo.
Massimo aveva novantotto anni. Edoardo gli doveva tutto: la panetteria, il matrimonio con Elena, un finanziamento in un momento di difficoltà e anche quel ricovero. È stato Massimo a trasmettergli il Covid-19, una polmonite anomala, parente della Sars, che non perdona nessuno. Ti distrugge da dentro, non riesci a respirare. Ti toglie il fiato fino a farti soffocare.
Massimo è stato l’ancora di salvezza nella vita di Edoardo. Ogni volta che qualcosa andava male, Edoardo cadeva in piedi, c’era Massimo dietro le sue spalle pronto ad aiutarlo.
Era siciliano, era venuto a Milano cinquant’anni prima per trovare fortuna e ci era riuscito. Edoardo
ha conosciuto Massimo grazie a Rosario, il fratello di sua moglie. I due fratelli, perduti i genitori, avevano
deciso di seguirlo a Milano. Massimo era un amico fraterno dei genitori dei due ragazzi orfani ed era stato ben lieto di portarli con sé. Era un modo per fare del bene e onorare la memoria degli amici uccisi dalla mafia.
Edoardo non ha nemmeno potuto salutarlo. Massimo è stato ricoverato due giorni prima di lui e intubato subito. Dopo nemmeno quattro giorni, alle sei del mattino è stato stroncato da un infarto.
Finisce così un rapporto d’amicizia. La fine dell’amico gli fa capire che gli rimangono poche ore. A causa del Covid si muore. Il maledetto virus non lascia scampo.
Con o per Covid-19, Massimo Salemi, novantotto anni si è spento da solo, in un letto di ospedale, senza nessuno al suo capezzale. Caricato come un animale, è stato frettolosamente spostato dal corridoio, sua stanza d’ospedale, e senza nemmeno un funerale è stato, con altre novantotto bare, portato al cimitero.
Nessuno ha potuto vestire quel cadavere se non le lacrime, naturalmente a distanza, dell’infermiera che ne ha accertato la morte, e le sue, dal letto in cui stava marcendo, a cinque pazienti di distanza da lui. Non gli aveva parlato, aveva soltanto incrociato i suoi occhi per un istante nel momento in cui era stato ricoverato la mattina del 9 marzo 2020, alle ore 9:05, a causa di una crisi respiratoria improvvisa, preceduta da una flebile tosse, via via intensificatasi, e da una timida febbre diventata poi un anomalo febbrone.
È mezzogiorno, ormai. Sono passate sei ore da quando l’amico è morto e nonno Edoardo è sul letto, il viso coperto da una mascherina per l’ossigeno, stanco e con una lucidità che si spegne con il passare delle ore. Due persone giungono davanti al suo letto: un medico e un’infermiera. Sente il medico dire all’infermiera che aveva pianto per Massimo, mentre lo visita: «Questo dura fino all’una. Interrompi tutto.
Non gli dare altri farmaci, serviranno a chi ha più possibilità di sopravvivere».
«Ma non…» Viene interrotta immediatamente da un annuncio.
«Cinque sospetti Covid-19. Veronica è pregata di raggiungere l’unità operativa.»
«Veronica, come vedi c’è chi potrebbe sopravvivere. Vai.»
I due si allontanano dal suo letto. Sembrano degli alieni. Non si può capire come siano fisicamente in quanto sono imbacuccati nelle tute e indossano mascherine, cuffie e occhiali protettivi. Edoardo riesce a intravedere solo gli occhi di quelle persone che non possono più aiutarlo.
Prende consapevolezza allora che è arrivata la fine. Il momento, ritardato da due anni, è arrivato. La morte in genere non ti manda a chiamare. Muori senza che nessuno ti dica che stai morendo. Edoardo invece lo sa. Lo ha sentito chiaramente. Niente più farmaci per lui. Sarebbe morto di lì a poco. Non gli rimane che un’ora.
Nonostante ci si prepari, non si è mai pronti. Il terrore ti assale ed Edoardo, che diceva di non aver paura della morte, ne ha eccome, ma soprattutto si sente solo. Spogliato di tutto, spogliato di tutti i suoi affetti, nudo con se stesso, in una bolgia di chiacchiere e morte, con gente che corre su e giù, lui è in solitudine. Non gli rimane nulla se non i ricordi. I ricordi di una vita vissuta sempre al massimo e una grande fede, che nemmeno la paura riesce a far tentennare.
Dopo un momento di sconforto comprende che quello sgomento verso l’epilogo, prima o poi inevitabile, è sano se accompagnato da un voler ripercorrere le tappe emblematiche della sua esistenza.
Prima di morire, Edoardo viaggia in un tunnel nero scandito da immagini colorate che vorticosamente gli si presentano davanti agli occhi.
La prima immagine è suo padre che gli insegna a impastare il pane.
La farina che cadeva per terra veniva raccolta. Non poteva sprecarsi. Era un bene prezioso. Lui era giovane, aveva poco più di quindici anni, il suo vigore adolescenziale viveva solo in quelle istantanee, ma era forte al punto da fargli sentire l’odore del pane appena sfornato. Non riesce a vedere nitidamente il padre, ma sente il calore delle sue mani maestre che gli insegnano come impastare e le direttive chiare della sua voce possente e a tratti burbera. I genitori di allora erano così. Dei burberi buoni che ti
insegnavano, senza laurea o grandi studi, il vero senso della vita e i valori imprescindibili dell’esistenza.
La voce, quella che in genere si dimentica per prima, è ben salda nei suoi ricordi: quanti discorsi fatti col padre e quante litigate che hanno avuto quando ha deciso di allargare la panetteria.
E poi la madre, che cucina il bussolà, il classico dolce natalizio, il suo preferito. “Nessuno riesce a cucinare il bussolà come faceva mia madre. È il dolce più buono del mondo”.
Il trucco di donna Roberta era aggiungere un pizzico di sale e la grappa. Nessuno riusciva a dosarla meglio.
Edoardo ha perso la madre prematuramente. È morta quando lui aveva vent’anni a causa di un brutto male. Uno dei suoi ultimi ricordi legati a lei riguardano però lo zuf, la cosiddetta zucca dei poveri, che lei preparava sempre, con amorevole cura, la mattina del 31 ottobre, prima di andare al cimitero. Quello che per noi è il giorno di Halloween, a quei tempi era il giorno in cui si pulivano e si “allestivano” le lapidi per le giornate degli Ognissanti e dei Defunti.
Edoardo ricorda bene quella pietanza friulana a base di polenta, latte e zucca. La madre aveva imparato la ricetta da un’anziana vicina, donna Mariella, natia di Pordenone, che si era trasferita anni prima a Milano
per seguire suo marito. Quando giungeva ottobre e il marito di donna Mariella riusciva a rubare qualche zucca dall’azienda in cui lavorava, una era sempre per donna Roberta e per giorni, ogni mattina, a casa Mancini si mangiava lo zuf.
Edoardo ora, la madre, se la ricorda vagamente. Non le sembianze o la voce, ricorda però molto bene, come se gli stessero davanti pronti per essere mangiati, l’odore dei suoi piatti. Era davvero un’ottima cuoca.
Elena, la moglie, l’ha conosciuta quando aveva trent’anni. Era da poco arrivata a Milano. Era una giovanissima ragazza, aveva poco più di diciassette anni. Edoardo l’ha notata subito. Elena si spostava in bici per andare in uno dei tre negozi di frutta di zio Massimo. Lei lavorava nel negozio più piccolo insieme al fratello Rosario.
Edoardo si ricorda quella bicicletta, il rumore delle ruote sulle pietre di Corso Roma. Elena doveva passare davanti la panetteria che Edoardo gestiva col padre.
Tutte le mattine, Elena andava al negozio. Percorreva circa due chilometri in bici. Edoardo trovava ogni giorno delle scuse per trovarsi fuori dalla panetteria, tant’è che il padre si è accorto di quella simpatia e lo ha spinto a farsi avanti. «Prendi coraggio. Sei o non sei mio figlio?»
Passato un anno di pedinamenti dal colpo di fulmine, Edoardo finalmente ha deciso di farsi avanti, talmente avanti che è stato in pratica investito dalla bicicletta di Elena.
Dopo la prima frase romantica «Ma ci vedi o sei cieco? Io non lo so», è nata una consuetudine: ogni mattina, Elena cambiava lato della strada quando passava davanti la panetteria.
Edoardo era bravo con le donne, era un bell’uomo, ma con Elena non c’era verso. Non riusciva a farla capitolare.
Durante questo corteggiamento “timido” ha avuto dei piccoli flirt. Se le ricorda: Maria la parrucchiera, si sono baciati tre volte; poi Maddalena, la sarta, con cui ci sono stati abbracci particolari e poi Teresa, con cui c’è stato qualcosa di concreto. Teresa è stata l’unica donna che è riuscita a distrarre Edoardo da Elena.
Le immagini di quelle donne passano rapidamente davanti agli occhi di Edoardo.
Ma poi l’evento cruciale. La mattina del 7 giugno 1971, Rosario è entrato in panetteria a prendere un chilo di pane. Elena e Rosario sono andati a vivere per conto loro. Il figlio maggiore di Massimo aveva bisogno della camera in cui dormivano Elena e Rosario. Il nuovo appartamentino in cui vivevano era a un passo dalla panetteria di Edoardo. Così, Edoardo è diventato il panettiere ufficiale di Elena.
Tra una pagnotta e un filone di pane, Edoardo ha iniziato, con il benestare di Rosario, a fare il filo a Elena.
Le prime battute, le prime occhiate, le prime conversazioni, la prima passeggiata, il primo bacio: Edoardo ricorda tutto. Le sensazioni, il cuore che batteva forte, l’ansia di sbagliare che non ha avuto con le altre. I due si sono innamorati e il 20 dicembre 1975 si sono sposati.
Massimo ha aiutato economicamente Elena perché comprasse i mobili per arredare l’appartamentino sopra la panetteria.
Il matrimonio è uno dei giorni che gli risultano più chiari davanti gli occhi. Edoardo ricorda l’ansia e i piedi che gli facevano male. La notte prima delle nozze non ha dormito nemmeno un’ora, per aiutare il padre a sfornare il pane. La mattina del matrimonio è rimasto al negozio fino alle 10:00 e poi alle 11:00 si è andato a sposare.
Elena era giovane e bella.
Ricorda bene la prima notte… è stata indimenticabile.
E poi il parto. Dopo due anni di matrimonio è nato l’amato Roberto. Non ha assistito in prima persona, anche se le urla e gli improperi di Elena sono giunti fin alla panetteria. Il pane del 3 luglio 1977 è stato il più buono mai preparato da Edoardo.
L’emozione della prima volta che ha preso in braccio il figlio è una delle immagini che più di tutte commuove Edoardo oggi: Roberto, piccolo e indifeso, lì con gli occhi grandi che lo osservavano; il pianto disperato di quando lo ha tolto dalle braccia di Elena è lì vivido nella mente, come una sirena della polizia che ti dice: «Da ora non si gioca più».
È stato quel giorno che Edoardo ha capito di essere diventato uomo. Di Roberto ricorda tutti i compleanni. Roberto è stato un buon figlio, premuroso e giudizioso. Mai un problema a scuola. Nutrono le stesse passioni. Entrambi sono tifosi del Milan e di Berlusconi; Roberto è uno sportivo, così come Edoardo. Spesso andavano a correre insieme. Le gite al mare a Riccione, ma soprattutto quella passione per il pane condivisa che ha trasformato la panetteria in una delle panetterie più famose di Milano.
L’incidente in moto di Roberto. Come dimenticare la terapia intensiva? Nel 1995 Roberto stava per morire in un incidente d’auto; dopo due giorni fortunatamente il miracolo: il quadro clinico è migliorato e dopo tre mesi di riabilitazione, Roberto ha riacquistato del tutto l’uso della gamba sinistra, compromesso dalla caduta. È stato molto fortunato.
Nel 1996 il matrimonio del figlio con Monica, la nuora odontoiatra. Bella come il sole e di una simpatia coinvolgente. Nel 1998 è nato Carlo, il nipote prediletto, con la passione condivisa per il pane e la pasta.
«Nonno, dobbiamo creare un marchio con cui vendere anche la pasta.»
L’attività di famiglia è in buone mani.
Nel 2000 è nato Vittorio e nel 2003 Marta.
Edoardo ricorda i battesimi, le comunioni, le feste di diciotto anni, i Natale passati tutti insieme. Ha conosciuto anche le fidanzate di Carlo e Vittorio, ma mai i fidanzati di Marta. Marta è il cuore di nonno: intoccabile, è troppo piccola per i ragazzi.
Una delle immagini ricorrenti è quella in cui Elena gli raziona il pane e i formaggi. Era molto fiscale. Da quando era arrivato il tumore, lo trattava come un bambino. Era sotto il controllo intransigente della moglie e di Roberto.
Le immagini storiche che passano davanti agli occhi di Edoardo sono tre: la prima è l’edizione straordinaria di Rai Uno che dà la notizia del rapimento di Aldo Moro; la seconda è il crollo del muro di Berlino nel 1989 e la terza un giorno indimenticabile del 2002, l’adozione dell’euro. Nonostante vivesse in condizioni agiate, per Edoardo l’introduzione della “moneta unica” è stato un grande errore: «L’euro ci ha rovinati».
In pochi minuti tutto questo passa velocemente nella mente di Edoardo. Una vita vissuta senza eccessi, con rispetto verso il prossimo e amore per la famiglia e il lavoro. L’arte del fare il pane gli ha permesso di vivere dignitosamente.
Edoardo, in quella bolgia infernale, sospira e inala l’odore acre di disinfettante, solo il ricordo del bussolà della madre riesce a farglielo sopportare.
Alle 13:05 arriva l’ultimo sospiro di Edoardo, il paziente 20.793. L’aria, satura di odore sgradevole, non riesce più a farsi strada nei suoi polmoni stanchi. L’ultimo respiro giunge qualche minuto dopo l’orario pronosticato dal medico che l’ha visitato. Non c’è nessuno lì con lui, neanche un prete. A
Edoardo, così come a molti altri prima di lui, non viene data nemmeno l’estrema unzione. Non un saluto, non un abbraccio, non un viso familiare…
Edoardo affronta quel momento con dignità grazie ai ricordi che gli riempiono la mente, i suoi occhi hanno ripercorso la vita vissuta al punto da colmare la sua solitudine. Il suo ultimo sospiro è dedicato alla famiglia che, da casa, affranta e impossibilita a stargli vicino, attende solo una telefonata dall’ospedale.
Una lacrima di felicità per tutto ciò che è riuscito a fare cade dai suoi occhi.
Edoardo, il paziente 20.793 muore solo, senza nessun intorno, ma con il cuore colmo di gioia per una vita vissuta appieno.
È stato il rivivere la sua esistenza a togliergli il fiato, non il Covid-19.
VIVI APPIENO OGNI GIORNO. OGNI ISTANTE È PREZIOSO. LA VITA È UNA CORSA LUNGO UN CIRCUITO IGNOTO CHE PUÒ INTERROMPERSI DA UN MOMENTO ALL’ALTRO: PERCORRILO AL MASSIMO, PER NON AVERE RIMORSI.
Vivi per raccontarti la vita nell’ultimo istante. Sarà l’ultima gioia prima di iniziare una nuova grande avventura.
Gabriele Crispo

(Racconto edito dalla Genesis Publishing è contenuto in “Tenebrae – Verso un mondo oscuro e ammaliante“. Tutti i proventi della vendita dell’Antologia saranno devoluti in beneficienza all’Associazione A.A.I.S. Onlus Impresa Sociale.)

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