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Andrea Doria. Altri naufraghi cervinaresi. Prima parte

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E’ notorio che l’episodio storico non è pienamente accertato se la ricerca si ferma ai primi “scritti”. Per trovare ulteriori atti, documenti, fatti che possano arricchire e/o aggiungere personaggi alla ricerca, per forza di cose, bisogna “cercare” intorno allo stesso argomento, in modo non risolutivo, ma con umile predisposizione alla verità. L’argomento da ricercare, perciò, non si esaurisce solo con poche “scoperte”. E’ il caso del naufragio della nave Andrea Doria e di alcuni passeggeri cervinaresi che “navigavano” verso l’America. Dopo la pubblicazione, in due parti due anni fa, della storia del naufragio della famiglia Moscatiello (qui la prima parte —> https://www.usertv.it/2018/09/29/tre-cervinaresi-nel-naufragio-dellandrea-doria-prima-parte/ ) (qui la seconda parte —> https://www.usertv.it/2018/10/07/tre-cervinaresi-nel-naufragio-dellandrea-doria-seconda-parte/) da alcune persone ho ricevuto degli input per individuare altri naufraghi cervinaresi che si trovavano a bordo del Transatlantico, che era partito da Genoa il 17 luglio del 1956 per raggiungere New York.

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I Perrotta, entrambi impiegati alla Ibm, tornavano da un viaggio-vacanza in Italia e, a quanto sembra, avevano trascorso proprio l’ultima settimana a Cervinara.

“Un’esperienza troppo orribile da dimenticare.” Dichiarò John Perrotta in un’intervista, al Poughkeepsie Journal, sulla collisione dell’Andrea Doria con la Stoccolma. “L’urto, fu come una bomba! Prima di andare a dormire”, raccontò John, “avevamo preparato le valige. L’indomani saremmo arrivati ad Ellis Islands per raggiungere, da lì, la nostra casa che avevamo lasciato sei settimane prima. Fummo svegliati nel sonno, intorno a mezzanotte, da un rumore violento che sembrava una bomba! Infilai subito i pantaloni e mia moglie, visibilmente scioccata, si vestì velocemente. L’acqua già stava entrando”, racconta il cervinarese , “e rapidamente siamo usciti dalla cabina per raggiungere l’aria aperta; un’azione naturale per chi si trova nel ventre di una nave. Nei corridoi trovammo un gran panico, alimentato dalla presenza di gas e fumo. Salimmo le scale e raggiungemmo l’esterno. Sul ponte, già in parte inclinato, la gente cercava di aggrapparsi a qualcosa per non scivolare. Tutte le corde presenti erano già tutte utilizzate. Ognuno cercava di raggiungere un appiglio sicuro e dopo averlo trovato, si cercava di aiutare gli altri. Dell’equipaggio, nemmeno l’ombra. 

Ho cercato di calmare mia moglie,” ha continuato John, “facendomi sentire anche dalle persone vicine, utilizzando un po’ di psicologia: non c’è pericolo, la nave non è inclinata, è la sensazione di paura che lo fa credere! Lo dissi, forse, anche per darmi coraggio io stesso. Prima che le scialuppe di salvataggio venissero preparate, già in molti si erano lanciati in mare e dovettero aspettare quasi un’ora prima di essere recuperati. A prendere posto sulle scialuppe furono prima i bambini e le donne e, noi uomini li aiutavamo a salirvi. Tanti pregavano, altri urlavano. 

La famiglia Moscatiello

C’erano un paio di sacerdoti che, però, non pregavano ma fornivano assistenza ai feriti aiutandoli anche a salire sulle scialuppe.  Mentre si eseguivano queste operazioni, anche con il mio aiuto, mia moglie forse presa da un momento di panico, si lanciò dalla nave in mare.  Non sapeva nuotare! La paura fa brutti scherzi. Per fortuna fu prelevata da una scialuppa vicina e messa in salvo. In mano aveva, non so perché, il suo passaporto. Ci vollero ore prima che venissi prelevato anch’io. Fui portato sulla Stoccolma che, nonostante si fosse scontrata con la nostra nave, teneva il mare perfettamente: i danni erano stati esigui. Sulla nave ritrovai mia moglie e,  insieme a tanti altri, ricevemmo sandwich e bevande calde dall’equipaggio. Verso le dieci del mattino dopo, vedemmo che l’Andrea Doria, affondava.” 

John Perrotta e sua moglie Emma non hanno più dimenticato quella notte. (Fine Prima parte)

Angelo Marchese

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