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Un anestesista di Montesarchio in trincea al Birmingham Hospitals

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Sono tanti gli italiani che vivono in Inghilterra, nonché molti sanniti tra cui il giovane medico anestesista Mario Cibelli di Montesarchio che, per scelte professionali, dopo la laurea e la specializzazione presso l’Università di Napoli, sia pure primo vincitore di concorso presso il Policlinico partenopeo, decise di impiegare la propria professionalità dapprima all’Imperial College London, ove ha conseguito il titolo di dottore di ricerca e lavorato come ricercatore.

Successivamente, per qualche anno all’Università di Cambridge e attualmente in servizio come anestesista presso l’University Hospitals Birmingham – Dipartimento di Cardiothoracic Anaesthesia and Intensive Care Heart and Lung Transplantation con un contratto di Professore associato dell’Università di Birmingham.

In questi giorni è impegnato anche lui nel reparto di Terapia intensiva dell’ospedale di Birmingham, e gli abbiamo chiesto di farci conoscere come, dall’altra parte della Manica, si vive questa terribile catastrofe sanitaria.
“La situazione – spiega Cibelli – con l’infezione da SARS-Cov2, come viene scientificamente identificato il Coronavirus, o anche COVID-19 (Coronavirus Viral Disease 2019), in Inghilterra, non si discosta molto da quella italiana. A complicare le cose va detto che l’Inghilterra si trova a fare i conti con la diffusione del virus mentre il suo Primo Ministro affronta una disperata battaglia per la propria vita in terapia intensiva.

Cionondimeno, il sottoscritto attribuisce serie responsabilità alla compagine governativa. Il medical advisory board e il capo del NHS England avevano inizialmente proposto di affrontare l’endemia con la tecnica dell’immunità di gregge.

Me lo si permetta: una cosa da Medioevo. Una volta raggiunti più miti consigli, però, tempo prezioso era già andato sprecato ed il vantaggio temporale che gli Inglesi avevano ricevuto per bontà divina dalla pregressa esperienza italiana andava così inesorabilmente perduto
punto che gli statistici disegnano ora curve esponenziali di infezione e mortalità del tutto sovrapponibili a quelle italiane, di sole due settimane addietro.

Quindi, lo sviluppo dell’endemia in Italia dovrebbe ripetersi tal quale in Inghilterra fra due settimane, con le tristi conseguenze ormai note a tutti.

Il clamoroso ritardo nell’instaurare politiche restrittive della libertà personale si riverbera ora nelle strutture sanitarie impiegate a fronteggiare l’endemia. Ad un punto di rottura.

Il cosiddetto Personal Protective Equipment, o PPE ovvero l’equipaggiamento protettivo per i sanitari ha cominciato a scarseggiare, già dall’inizio, quando l’approvvigionamento era gioco forza partito in ritardo
così a seguire con la disponibilità di ventilatori, pompe infusionali, dispositivi per l’assistenza respiratoria non-invasiva e persino l’ossigeno in alcuni nosocomi più periferici.

L’assenza di protocolli terapeutici predefiniti ha gettato il personale medico nello sconforto aggravato dalla frustrazione per la mancanza di protezione che a volte si registrava nei reparti Covid.

Un encomio va però attribuito a questa popolazione ed ai suoi sanitari, medici ed infermieri.

La gente non si è lasciata intimidire dai dati preoccupanti che giungevano da tutto il mondo. Tutti, e ripeto tutti, si sono immediatamente adeguati alle improvvise, seppur pesanti, restrizioni.

Ho visto scene indimenticabili. La gente si è prodigata nel supporto dei più deboli, anziani e persone con disabilità.

La grande distribuzione ha prediletto la cura dei deboli sul profitto, creando zone franche temporali per gli anziani e gli ammalati ed anche per il personale ospedaliero.

Nessuna di queste categorie è stata lasciata nell’incertezza di restare senza cibo o di adeguato approvvigionamento di beni di prima necessità. A costo di lasciare il resto della popolazione senza.

Un giorno mi sono recato al supermercato in un’ora non protetta per i medici non avendo altra disponibilità a causa dei turni a dir poco proibitivi. Ma mi ero lo stesso messo in fila. Tutt

avia, appena riconosciuto da uno degli avventori, mi fu data la priorità di cui avevo bisogno.

Ed uno scrosciante applauso mentre sfilavo alla testa della fila per guadagnare l’ingresso. Le lacrime di commozione trattenute appena.

Lo meritiamo. Lo meritano i medici che rischiano quotidianamente la vita a dispetto di salari decimati da anni di blocchi contro l’inflazione che costano un calo del potere di acquisto del 35%.

Una piccola retribuzione per supportare una famiglia sotto chiave che non vedono ora nel bel mezzo della pandemia, e che forse non vedranno mai più. Quanti infermieri e quanti medici sono morti.

Quante famiglie lasciate senza l’amorevole supporto di una madre o di un padre, o, tristemente peggio, di un indennizzo.

Quanti, ancora, sono lasciati da soli in una stanza dell’ospedale a smaltire la sbornia di turni di 20 ore al capezzale di malati la cui sola famiglia sono ora i medici e gli infermieri stessi. A smaltire le conseguenze dell’infezione. La febbre alta. La tosse secca e latrante.

Il venir meno delle forze. Che colpisce chiunque, intendiamoci. Ma i medici non hanno nessuno a comminargli multe quando, infrangendo le regole, se ne vanno al mare con la famiglia. Come hanno fatto in molti, persino i politici. Persino politici inglesi.

Che schifo. I medici mostrano il tesserino alle forze dell’ordine per andare al lavoro. Il più nobile. Così come quello di tanti, polizia compresa.

I medici inglesi e non, data la natura multietnica della popolazione della Gran Bretagna, si sono immediatamente organizzati.

Hanno sviluppato protocolli, liberato aree da riservare ai pazienti in arrivo ad ondate insostenibili, ma lo stesso sostenute, anche con l’ultimo atomo di energia.

Gli stessi medici ed infermieri che, passata la pandemia, ritorneranno ad essere molto meno importanti di chi può intonare una nota al microfono o chi sa dare un calcio al pallone.

Per milioni di euro ed una vita senza rischi. A meno che la società non cambi. Per il meglio. Per il proprio bene, come sta facendo adesso.

In Inghilterra come in Italia. Restiamo umani

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