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Don Mimmo Battaglia: una carezza vale più di una stentata elemosina. Prima Lettera di Quaresima

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Cenere in testa e acqua sui piedi. Tra questi due riti si snoda la strada della quaresima. Una strada lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa ed arrivare ai piedi degli altri.
Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all’acqua, più che alle parole. Simboli di una conversione completa.
E con la cenere e l’acqua il vangelo propone anche l’immagine del deserto. Luogo misterioso e intrigante, luogo di morte e di sfida, di sopravvivenza e di coraggio. Luogo in cui Dio porta i suoi profeti per parlare al loro cuore, per rimettere in piedi esistenze smarrite. Anche le nostre città hanno i loro deserti: il deserto della malinconia e della tristezza, il deserto di una crisi che avanza impietosa, il deserto di tante domande e di poche risposte.
E se la quaresima invita ad entrare nel deserto, è perché in ogni deserto c’è un pozzo, in ogni amarezza c’è il germoglio di una resurrezione inattesa. Ma occorre abitare il deserto per raccoglierne i profumi e gustarne le essenze portate dal vento. Già, abitare il deserto ed attraversarlo. Perché l’indifferenza e la rassegnazione sono le più grandi povertà. Non possiamo nasconderci né pensare di scappare dal deserto, dal nostro deserto, ma trovare il coraggio di attraversalo e di abitarlo. Si sporcheranno i piedi, perché capiterà di dover attraversare zone impervie, dubbi laceranti, sfide disumane: ma all’uscita ci sarà acqua sui nostri piedi.
Nel deserto il telefonino va spento. Sono le stelle ad illuminare e a tracciare la rotta per non smarrirsi. E se tu accetti la sfida di abitare questo spazio, forse scoprirai dentro di te nostalgia di Cielo: quella che ti fa venire voglia di essere pulito, di essere te stesso, di abbandonare mille immagini costruite, di essere semplice.
Il deserto ti spoglia. Ti riduce all’essenziale. Ti decostruisce. Ti priva del guardaroba. Ti toglie di dosso gli abiti che finora avevi considerato come assoluti e ti fa sentire povero … è la logica della nudità.
Come vorrei che questa logica fosse vera e nuova nelle nostre comunità, al cui interno ci si frantuma spesso per problemi di prestigio, ed è più facile rinunciare alla ricchezza dei beni che a quella del proprio punto di vista. Quando si fa pesare troppo la propria bravura e non si lascia spazio agli altri. Quando si è gonfi di sé, o quando si pretende che tutti abbiano la tua taglia di vestito. Quando si è professionisti della legge e analfabeti del cuore!
Ricordati che sei polvere e polvere ritornerai. Polvere è l’uomo: eppure quella polvere, abitata dal soffio dello Spirito, è ancora oggi il capolavoro più bello.
Ed è nel deserto che Gesù sceglie quale volto di Dio annunciare, se valga di più quello facile di un Dio padrone, o quello impossibile di servo, o quello folle di crocifisso; lì sceglie quale volto d’uomo proclamare (rivale o fratello?) … lì nasce la buona notizia.
Convertiti, e credi nel vangelo; convertiti, cioè cambia strada … non è la richiesta di obbedienza, ma l’offerta di un’opportunità. Non è una imposizione, ma la migliore delle risorse. Hai davanti a te la vita, ti prego, non perderla.
Credi nel vangelo: fidati di una buona notizia, riparti da una buona notizia. Dio è qui e guarisce la vita. Dio è con te, con amore. Gesù annuncia l’amore. Credi: fidati dell’amore, abbi fiducia nell’amore in tutte le sue forme, come forma della terra, come forma del vivere, come forma di Dio. Non fidarti delle altre cose, non della forza, non dell’intelligenza, non del denaro. Riparti dall’amore.
Noi confondiamo spesso l’amore con un’emozione o un’elemosina, con un gesto di solidarietà o un momento di condivisione. Amare sovrasta tutto questo, perché contiene il brivido emozionante della scoperta dell’altro, che ti appare non più come un oggetto ma come un evento, come colui che ti dà il gusto del vivere, che spalanca sogni, che ha la forza dolce delle nascite, che ti fa nascere, con il meglio di te. Per amare devo guardare una persona con gli occhi di Dio, quando adotto il suo sguardo luminoso divento capace di scoprirne tutta la bellezza e grandezza e unicità. E da questo si sprigiona fervore, meraviglia, incanto del vivere. Io vado dall’altro come ad una fonte, e mi disseta.
Allora lo posso amare, e nell’amore l’altro diventa il mio maestro, colui che mi fa camminare per nuovi sentieri. Allo stesso modo anche il povero che incontro o lo straniero che bussa alla mia porta li posso guardare come fossero i «nostri signori», e imparare quindi a dare come faceva Gesù: non come un ricco ma come un povero che riceve, come un mendicante d’amore. E pensare davanti al povero: sono io il povero, fatto ricco di te, dei tuoi occhi accesi, della tua storia, del tuo coraggio. L’altro è come me segnato da provvisorietà e debolezza. E io, compagno di fragilità, non sempre me ne ricordo: compagno degli altri in fragilità, condivido con tutti il pane della mia fragilità.
Eppure nel deserto abita un pozzo. Lo sa bene Anna, che respira nel respiro di suo figlio Giuseppe, allettato, spendendo la sua vita accanto a lui senza mai fargli mancare il calore del suo amore, delle sue carezze. Lo sanno bene Maria ed Agata che in Angela, figlia e sorella affetta da distrofia muscolare e crocifissa su una sedia a rotelle, riscoprono, quotidianamente, il miracolo nascosto nelle loro vite. Lo sa Silvia che, attraversando il deserto della malattia, negli occhi dei figli e del marito trova quel pozzo per non rassegnarsi e continuare a lottare. Lo sanno Domenico e Roberto che, dal deserto di una malattia genetica che riduce, giorno dopo giorno, la loro autonomia, nonostante il grido della loro solitudine, si dissetano al pozzo, colmo di lacrime di tenerezza, della sorella e della madre.
Nomi, che riconducono a volti…volti che riportano alla mente occhi e sorrisi e lacrime…occhi e sorrisi e lacrime che fanno da specchio a cuori… cuori che raccontano storie…storie di tenerezza, di mani che accarezzano, che si prendono cura, che donano amore…
E’ di nomi e di volti che voglio riempire di senso il mio digiuno, la mia preghiera, la mia elemosina, nei quaranta giorni di questa quaresima da vivere. Si, vivere! Ripartire da ogni sguardo incontrato, da ogni sorriso ricevuto, da ogni carezza donata, da ogni fatica condivisa, da ogni vita attraversata, da ogni lacrima asciugata, per continuare a lasciarmi convertire dalle storie di vita di questa nostra terra. Ripartire dalla mia fragilità. Perché il vero digiuno è sciogliere le catene inique, rimandare liberi gli oppressi. Ma anche “dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri senza tetto”, “vestire uno che vedi nudo”. Questo è il digiuno che vuole il Signore. “Digiuno che si preoccupa della vita del fratello, che non si vergogna della carne del fratello”.
Allo stesso modo, non ha senso fare l’elemosina se non guardi negli occhi tuo fratello, se non tocchi la sua mano. E una carezza vale più di una stentata elemosina. Non vergognarti della carne di tuo fratello, è la tua carne.
E la tua preghiera raggiunge Dio solo se la tua carità raggiunge il prossimo.
Allora la quaresima può diventare tempo di recupero di libertà se avremo il coraggio di ritagliarci spazi di silenzio, per prenderci cura della nostra anima, e riempirla della Parola che esce dalla bocca di Dio. Perché solo l’anima dà un cuore alle cose.

+ don Mimmo, vostro vescovo

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