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Raccontami una storia: Fernando, la banda piccola, la novena e l’alluvione.

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Cervinara è fatta di tante piccole realtà, quelle che, presi dall’impeto delle cose più grandi e mastodontiche, spesso ci sfuggono o, magari, diamo per scontate, accorgendoci di rado e solo in determinate situazioni della loro esistenza. La Banda dei Monetti, per esempio. Una realtà che sa d’istituzione. Da piccola, per me, il Natale iniziava a metà di Dicembre con la loro Novena che, puntualmente, ogni mattina, ci dava il buongiorno. L’aspettavo quasi con la stessa trepidazione che provavo pensando a Babbo Natale e su quelle note, nel mio lettino, mi sentivo serena… rassicurata da musicisti semplici, che mai hanno avuto la presunzione di atteggiarsi a novelli Beethoven. C’era e c’è ancora lui: Fernando, il carro trainante, il leader. Lui che, a primo impatto e se non lo conosci, ti mette quasi timore, con l’aspetto ingombrante, le mani grandi, la voce possente. Poi ci parli e scopri la gentilezza propria di chi ha la bontà e la musica nel cuore, la perseveranza di chi non si arrende davanti agli ostacoli e non si tira indietro se qualcuno gli fa capire, tra le righe e non, che è ora di lasciare spazio alle nuove generazioni. Fernando ha ancora voglia di accompagnare Santi e festeggiare ricorrenze… Con la sua “bandapiccola“, nata per caso nel 1917, grazie ad un ottavino donato da una signora come riconoscenza per il conforto datole dal nonno di Fernando quando, disperata, gli confidò il suo dolore per il figlio in guerra, tornato poi sano e salvo. Senza conoscere note e pentagrammi, iniziarono a strimpellare e costruirsi gli strumenti con pelli di vitello conciate e fili di ferro filato per produrre vibrazioni. Perché i tempi erano duri, la fame la faceva da padrona e qualcosa ci si doveva pur inventare.

Il 2 febbraio 1922 l’esordio in trasferta: senza essere chiamati, si presentarono a Bonea, in occasione di una festa in piazza. Sorride, Fernando, quando racconta di uno zio bravo “macchiettista” che dava, con le sue battute, man forte ai quei musicisti inesperti, e sorride ricordando come, a poco a poco, la loro musica prese piede, grazie al barbiere che li raccomanda al “masto di festa” e al passaparola della loro esistenza che arriva di paese in paese… quando non c’era Facebook a creare eventi e pubblicizzare artisti.
Si rattrista solo quando, alla domanda “potresti immaginare un Natale senza la vostra Novena?”, risponde con qualche lacrima che, in realtà, lo ha già vissuto.
Nel 1999, quando l’alluvione si portò via case, persone e il Natale. Decise di suonare, qualche giorno dopo, solo davanti le Chiese, per smorzare la tristezza, quasi a voler dire “gente, non arrendiamoci, abbiate ancora speranza, riempiamo la mancanze“. Fernando e i suoi tamburi battenti, Fernando e fiato alle trombe, camicia bianca, qualche gilet… perché i Monetti non hanno divise austere o outfit all’ultima moda, loro più che apparire pensano a fare bene ciò che si tramandano da generazioni: la musica. E se qualcuno li chiama musicanti pazienza… I Monetti, si…sono un’istituzione… e vivono nel cuore della gente a prescindere da premi Sanremesi, diplomi appesi al muro e sfilate in pompa magna. Viva i Monetti e la loro Novena. Sempre la stessa. Sempre perfetta nella sua semplicità. Viva chi non si lascia condizionare dalla velocità del tempo ma, in esso, lascia la propria impronta… che per alcuni può essere superata e demodé, per altri segno di fedeltà a ciò che si è: allegri menestrelli di un paese che cresce su note che nascono dal cuore ed arrivano fin dentro ai cuori. Ti aspettiamo, Fernando. Rallegraci ancora le mattine, facci ancora respirare il tuo… il nostro Natale.
Mariuccia Romano 

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