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Ipotesi sui luoghi delle Forche Caudine

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Ma checchè da altri dir se ne voglia, le dette Forche, o angustie tra gioghi de’ monti sannitici, prendevan nome da Caudio, città capitale del distretto che descriviamo.

Or dove riconoscer dobbiamo i due stretti, dove l’ampia pianura che in mezzo di essi stendevasi, erbosa e coverta di acque? Due valli quasi parallele si allargano tra monti del Sannio ne confini meridionali della Campania, una che prende nome dal villaggio di Arpaja, l’altra a tre miglia distante irrigata dal fiume Isclero, e due contrarie opinioni, sostenute da dotti antiquarii, rinvengono in entrambe la descrizione dello storico latino. E primi fra tutti il Biondi e il Volaterrano la famosa valle riconobbero in quella che nella lunghezza di circa sei miglia da Arpaja si allunga a Montesarchio. Per contrario il Cluverio, avvisandosi che i Romani da Calazia di là del Volturno movessero per passar nell’Apulia, pensò che si abbattessero nella prossima valle irrigata dall’Isclero tra le due gole del monti verso Cajazzo e Benevento, e questa opinione stessa seguirono alcuni patrii scrittori. Ma altri antiquarii, e non pochi, stanno fermi alla prima opinione, sostenuta ancora dal Panvinio e dal Sigonio, ed ecco le ragioni con che si oppongono a quella del Cluverio. Non già da Calazia montana, sì bene dall’altra piccola città omonima presso l’antica Capua, mossero le romane legioni alla volta dell’Apulia. Presso questa, perchè situata nell’agro degli amici Campani, posero i Consoli gli alloggiamenti, e quando di là si partirono, sincamminarono per la via poscia detta Appia, la quale non era diretta per la valle dell’Isclero.

Forza è dunque riconoscere la prima gola in quella di Arpaja, l’altra in quella di Sferracavallo al di sopra di Montesarchio, tra le quali ben si rinviene la cava rupe indicata da Livio nella così detta cupa o burrone di Pizzola sotto il monistero di Arienzo, come l’erbosa pianura in Val di Gardano. Ma nessun rivolo, fiume, o sorgente irriga questa valle, e tutti gli scrittori che tale opinione sostengono, hanno dissimulata o dimentica tal condizione necessaria alla descrizione dello storico. Vero è che uno de patrii scrittori, il quale più a lungo e con più estesi particolari esamina il controverso sito delle Forche Caudine, parla de rivoli che o scendono, o stagnano, o corrono in Cervinara, alle Campizze e in Airola, ove sorgono le acque dell’Olfizzo; ma troppo lungi va ritrovando le acque, ch’egli solo fra tutti crede indispensabili alla descrizione di Livio, e più da presso perciò si conduce alla contrada indicata dal Cluverio.

Il perchè un erudito viaggiatore inglese con una più accurata osservazione de luoghi conferma l’opinione del celebre geografo, riconoscendo lo stretto passaggio tra S. Agata de’ Goti e Mojano. Il fiumicello Isclero, dice il Gandy, scende dal sud-est sopra Cervinara, traversa la grande strada tra Arpaja e Montesarchio, ed entrato prima in un lungo e stretto sentiero tra il Taburno ed un ramo de Tiſati, e poi per Mojano e S. Agata de’ Goti, passa nella pianura bagnata dal Volturno, al quale si congiunge presso Cafazzo. Era questa la più diretta via pe Romani dalle sponde del Volturno a Benevento ed alla volta di Luceria. Questa via ha due anguste gole, una presso Mojano, l’altra vicino S. Agata de’ Goti, con una piccola pianura tra mezzo, che circondano le prossime falde del Taburno; laddove la valle di Arpaja, per la quale passa la grande strada, ha soltanto uno stretto passo, ed ha tre aperture invece di due, e nessuna sorgente inoltre la irriga. Non vi essendo tra il Taburno e i monti di Airola altro passaggio per chi da Calazia montana moveva alla volta dell’Apulia, che l’angusta strada al di sotto dell’Isclero, resa rotabile non è gran tempo, per questa i Romani s’incamminarono verso Luceria; e chiuso da Sanniti il varco sopra Mojano, non potettero retrocedere verso S. Agata, dove trovarono l’altro stretto chiuso egualmente e difeso da Sanniti, non meno che dall’altissimo precipizio, ch’è poco al di là del piccol ponte, sul quale passa la detta strada sotto S. Agata.

Costretti allora di porre il campo in quella pianura che ha lievi pendenze verso dell’Isclero, ed oltre del Taburno è cinta da monti di Paolisi, Arpaja e Cervinara, cessero alla fortuna del Sanniti che li costrinsero a passar sotto il giogo. Questa opinione più probabile io credo, alla quale gli altri scrittori patrii ancora si accostano che sostengono i Romani essersi mossi dal campo presso Cajazzo: nè giova riferire l’opinione dell’Holstein, il quale riconobbe il controverso luogo nella valle che dopo Arpaja corre fin oltre Montesarchio, per essere più ampia, e perchè tre uscite vi si osservano, la prima in Arpaja, la seconda a Sferrecavallo, la terza dopo Mojano; nè quella di altri, che l’ignoto passaggio circoscrivono nella valle di Forchia, che dalla detta cupa di Pizzola stendesi alla gola di Arpaja, e che i monti Tairano e Vorano cingono dal nord al sud; giacchè oltre le ragioni ad dotte in contrario dallo storico di Suessola, non è neppur bagnata da piccol fiume o sorgente. (Fine seconda parte)

Angelo Marchese

(da: Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789)

(PRIMA PARTE: http://www.usertv.it/2017/04/18/le-forche-caudine-forchia-o-moiano/)

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