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Le Forche Caudine | Forchia o Moiano?

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Le Forche Caudine è il luogo, presso l’antica città di Caudium (tra le attuali Montesarchio e Cervinara) dove, durante la prima guerra contro i Sanniti, i Romani furono sorpresi e costretti ad arrendersi. Ebbero salva la vita, ma a patto di passare sotto il giogo. La sconfitta, di cui gli storici Livio e Orosio, ne racconteranno la storia molti anni dopo, venne ancor più “aggravata” dall’ignominia subita dal popolo romano.

 Oggi il modo di dire “passare sotto le forche caudine” è molto comune nella lingua italiana. Significa subire una grave umiliazione, non avendo alternative. Ricordiamo che i soldati di due legioni romane, sconfitte dai Sanniti presso Caudio nel 321 a.C., furono costretti a passare chini, in segno di sottomissione, sotto il giogo, che era formato da due lance infisse in terra e sovrastate da una terza disposta orizzontalmente.

 

 

 

FORCHE CAUDINE (Furcae Caudinae). Una delle più oscure, delle più importanti e insieme delle più malagevoli ricerche della nostra antica topografia è il determinare la situazione precisa delle Forche Caudine, così memorabili nella patria storia. Non pochi geografi ed antiquarii, storici e viaggiatori, han cercato rischiarar questo punto; ma, come l’ignoto passo di Annibale sulle Alpi, è tuttavia indeciso per le contrarie opinioni. Gli avvenire disputeranno come i passati su questi due passi fatali all’Italia, e se accesi di amor patrio ripeteranno soprattutto la gloriosa impresa de Sanniti che fiaccò la romana superbia, da questa ancora deriveranno l’odio inestinguibile tra le due nazioni, ch’ebbe sol fine colla totale rovina del Sannio.

Cominciava l’anno 433 di Roma, e i Sanniti, espulsi dalla Campania da Publilio Filone, tre volte vinti da Papirio e da Fabio, stanchi ed abbattuti dalle ripetute sconfitte, si deliberavano a dar gli autori dell’ultima guerra in potere de Romani, e Papio Brutulo fra gli altri, che sè stesso uccise per non cader nelle mani degli odiati vincitori. Ma, non potendo ad alcun patto ottenere la pace, fermi si tennero su loro monti, un’altra volta aspettando la fortuna delle armi. Accampatisi i Consoli colle legioni a Calazia, Caio Ponzio occupa co Sanniti le vicinanze di Caudio, e per chiudere i Romani tra monti, dieci soldati spedisce in abito di pastori presso i nemici alloggiamenti per dare a credere che i Sanniti con tutte le loro forze assediavano Luceria. Ingannati dalla falsa voce, videro i Romani la necessità di soccorrere prontamente gli alleati e di passar nell’Apulia, perchè tutta ribellandosi, non si alienasse dalla Repubblica. Delle due strade che menavano a quella città fu eletta la più breve, e ciò volevasi dal generale sannita, per le Forche Caudine.

“Questa è,”dice Livio, “la natura del luogo: due passi vi sono profondi, angusti e selvosi, intorno intorno coronati da monti: chiusa da entrambi è una campagna abbastanza larga, d’erba ricoperta e di acque, per la quale passa la via. Ma pria che tu giunga a questa, ti è forza entrare nel primo stretto, ed o retrocedere, o sbucare per l’altro più impedito ed angusto, se vuoi farti più innanzi. Entrano le romane legioni comandate da Consoli T. Veturio Calvino e Spurio Postumio nella pianura pel primo de’ due stretti scavato sotto una rupe, e non possono uscire per l’altro, chiuso da Sanniti con alberi atterrati e sassi di gran mole. Avvedutisi dell’agguato dei nemici, da quali veggono ancora custoditi i gioghi soprastanti, danno volta per uscire donde erano entrati, e trovano l’altro stretto chiuso anch’esso da ostacoli e da armati. Poteva Caio Ponzio, l’imperatore de Sanniti, comandare la strage de due eserciti; ma, irresoluto su ciò che avea fare di tanti nemici che avea in sua mano, volle udire il consiglio di suo padre Erennio, il quale, nella milizia invecchiato e ne carichi civili, savio come egli era, e conoscendo bene l’indole de Romani, consigliavagli o a mandarli tutti via liberi e senza offesa, o a tutti passarli a fil di spada. Ma non fu accettato nè l’uno nè l’altro parere. Volevano i Romani combattere, ma Ponzio disse esser finita la guerra. Venne a patti co Consoli, fe passare i Romani sotto il giogo, e ritenne seicento cavalieri in ostaggio. Doveva la Republica, giusta la promessa del trattato, lasciar libera dall’occupazione la regione sannitica, richiamarne le colonie, e rimanere così l’un popolo e l’altro colle proprie leggi in giusta alleanza.” Fu questa in breve la memorabile impresa delle Forche Caudine secondo il racconto di Livio, il quale dice che senza ferite, senza brandir l’armi, senza battaglia furono i due eserciti debellati e vinti. Ma qui lo storico è in aperta contraddizione con altri scrittori, con Appiano, il quale può riguardarsi come l’abbreviatore in buona parte di Dionigi d’Alicarnasso, e con Cicerone.

Appiano dice chiaramente che i Romani furon prima battuti, poi costretti a passar sotto il giogo; e parlando ancora del promesso trattato, dice che fu giurato da tutti i capi che non perirono nella battaglia. E Cicerone afferma del pari che i Consoli dopo perduta la battaglia di Caudio conchiusero la pace. Lo storico latino alterava perciò il vero, ed è paruto ad un celebre storico che lo facesse pel nazionale orgoglio, il quale più ripugna al cattivo successo che mostra la debolezza, che alla più grande calamità. E sebbene Aristide Milesio il fatto delle Forche Caudine confondesse, come a me sembra, con un’altra battaglia, di cui sarà detto nelle generali vicende de Sanniti, attesta anch’egli che vi si combattesse, e non si deve, come ha fatto un patrio scrittore, negar fede a questo antico storico, il quale se scriveva da un paese assai lontano, aveva al certo in tanti storici perduti quegli aiuti che mancano a noi dopo i tanti danni della barbarie.

(Fine prima parte)

Angelo Marchese

(da: Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789)

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