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Montesarchio |La toccante testimonianza del “bambino” ebreo all’istituto Aldo Moro.

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“Cosa sono state le leggi razziali in Italia” è l’interessante tema che è stato affrontato l’altro giorno all’Istituto Aldo Moro di Montesarchio. Ha  introdotto la dirigente Maria Patrizia Fantasia e sono intervenuti Daniele Coppin, membro della comunità ebraica di  Napoli e Tullio Foà, testimone diretto sopravvissuto ai campi di concentramento. “Abbiamo deciso di dedicare una intera settimana al ricordo della Shoah, per riaffermare la nostra volontà di non dimenticare, di non rinunciare al bene comune della memoria“ ha detto la dirigente  Fantasia,  illustrando i lavori svolti dai ragazzi e ha continuato:”Siamo convinti che il ricordo costituisca il mezzo più efficace per contrastare la tendenza a banalizzare il male e a rimuoverlo dalla coscienza civile, perché la memoria della tragica esperienza del Nazismo è un grande patrimonio di conoscenze che abbiamo contro il rischio di viverla di nuovo”. Riflessioni che hanno spinto gli studenti, seguiti dalla docente Vincenzina D’Angelo, responsabile del progetto, a dedicarsi per una  intera settimana a questo tema. I ragazzi dell’Aldo Moro hanno realizzato lavori come cartelloni, interpretazioni teatrali, proiezione di film,  tutti visibili nella giornata conclusiva e non poco sensibili hanno manifestato tutto il loro interesse a capire il vero significato delle leggi razziali. Gli studenti non hanno nascosto la propria  emozione e qualche lacrima è scappata nell’ascoltare la testimonianza di Tullio Foà,  che ha così  raccontato in aula e poi ai nostri microfoni:”la mia è la storia di un bimbo che nel 1938 non aveva ancora 5 anni e si stava preparando per andare a scuola ma non gli fu permesso perché  in quell’anno furono emanate le leggi razziali, per le quali,  gli alunni, gli insegnanti, i medici, gli avvocati  i militari etc.  non potevano più esercitare le loro funzioni. Anche a me fu vietato di entrare nella scuola pubblica. Dopo qualche mese il governo cambiò qualcosa, nel senso che,  se si fosse riusciti a formare una classe unica di 10 ragazzi ebrei per tutte le classi, dalla prima alla quinta, questi sarebbero stati autorizzati a frequentare una scuola pubblica. Io fui il decimo  e cosi riuscii ad entrare nella classe speciale degli ebrei dell’Istituto Vanvitelli.  Ricordo il mio primo giorno di scuola, di essere stato orgoglioso di indossare il grembiulino nero, il colletto bianco inamidato ed il  fiocco rosso, andavo con mio fratello maggiore che mi trasmetteva sicurezza  ed  ero contento di incontrare gli amici in Sinagoga. Dopo qualche giorno però cominciai a notare qualcosa di diverso e precisamente che solo noi  dieci  entravamo ed uscivamo da un cancello secondario, un quarto d’ora prima per l’entrata e un quarto d’ora dopo per l’uscita; solo noi dieci non potevamo avere contatti con gli altri e potevamo andare in bagno solo se gli altri erano tornati in classe, avevamo solo due insegnanti una per la prima, seconda e metà terza classe  e l’altra  per le classi restanti. È questo il ricordo più brutto, il non riuscire a capire perché non potessi avvicinarmi agli altri bambini”. Gli  abbiamo chiesto quale fosse il ricordo più bello e lui ci ha risposto cosi : ”quando  liberati dai partigiani prima, con l’arrivo degli alleati sono andato alla scuola pubblica, entravo questa volta  dal cancello principale insieme con tutti gli altri  ragazzi, fu emozionante  perché capii di aver acquistato la libertà ma soprattutto la dignità che nessuno era riuscito a  scalfire”. Foà ha un ottimo ricordo del popolo napoletano che ci racconta quanto i partenopei fossero a loro favore ma vi era l’eccezione dei fascisti. Foà continua :”la mia mamma costretta a vendere tutto fittò una stanza a un signore che sentiva radio Londra a volume alto, allora mamma gli disse che non poteva più rimanere perché  già eravamo controllati noi, non era possibile questo perché il Governo non lo permetteva e quindi andò via,  il signore era Piero Calamandrei uno dei padri costituenti. Lo abbiamo rivisto poi al Senato con tanta commozione. Ai ragazzi oggi, che sono liberi di parlare, di agire a differenza  di come non abbiamo potuto noi, voglio dire che tutti abbiamo preso in giro il nostro compagno o compagna di scuola ma quando lo sfottò finisce li va bene, non deve diventare una persecuzione e consiglio di parlare, se non con gli insegnanti, con i nonni che danno buoni consigli”.  Gli abbiamo ancora chiesto quale fosse stato il significato di questo incontro all’Aldo Moro, ci ha risposto così :”lo scopo è quello di far capire ai ragazzi che le leggi razziali non sono state leggi all’acqua di rosa, il loro obiettivo iniziale era di sfasciare le famiglie come è stato per la mia, abbiamo rivisto infatti mio padre dopo otto anni. Devo precisare l’attenzione prestata dagli studenti dell’Aldo Moro  in questo incontro  con loro, mi ha colpito molto il loro commuoversi nell’ascoltare la mia storia, penso che loro abbiano nel  DNA i valori democratici  ed il mio interesse è che questi ragazzi  siano sempre più sereni.” Una testimonianza toccante quella di Foà, il bambino ebreo che oggi ha 84 anni  che ha risposto  alle tante domande degli studenti e come ha ribadito la dirigente Fantasia :”oggi non ci rendiamo conto di quanto sia stata lesa la dignità delle persone, la  storia  non deve mai  cessare di essere un monito e un insegnamento: essa ci dice che le tradizioni civili di un popolo, se non vengono coltivate e protette, prima immiseriscono, poi decadono, infine muoiono per cedere il passo all’irrazionalità e alla barbarie. Oggi riviviamo un’epoca di profonde tensioni, in cui discriminazioni e violenza sono un rischio reale. Non dimenticare, significa comprendere che l’uomo è capace anche di azioni aberranti. Significa lottare perché non accada più”. L’incontro si è concluso con una piccola poesia scritta dal docente Mingione ecco i versi:”Inferno vissuto in un gelido freddo, la mente folle di un’umanità assente.Visi pallidi, corpi scheletrici, insieme in una buca. Una mente malata, seguita dal suo popolo ha provato ad annientarvi. Alzatevi, alzatevi e gridate a tutti: siamo ebrei. Siamo il popolo ebraico”. Il docente Mingione ci ha cosi precisato:”l’ho scritta in virtù del giorno della memoria ed ho sentito il bisogno di dedicare la poesia a tutti gli ebrei”.

 Brigida Abate

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