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IL MAL DI VIVERE di Goffredo Covino.

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Nessuno è mai riuscito a comprendere se il suicidio sia un atto di viltà o un atto di coraggio, così come nessuno è riuscito a spiegare, finora, che fine faccia il cosiddetto “istinto di conservazione” al cospetto di un atto comunque violento. La determinazione nel ritenere conclusa la parentesi terrena, al di là del suo aspetto etico-religioso, rappresenta indubbiamente il fuoco sacro che sancisce il GAME OVER della propria esistenza.
Ci si arrende, non si lotta più, si lasciano vincere i dèmoni della introversione trasformatasi in ossessione, si smette di combattere.Ed allora, ecco il tuffo nel vuoto dal quarto piano di Giancarlo, l’automobile o la stanza stracolme di gas, il taglio delle vene e tutto il “repertorio” dei mille modi di offendere se stessi fino alla morte. Offesa? Sì, alla vita che non abbiamo scelto di avere ma che possiamo invece troncare, alla vita che va intesa come dono sublime e che invece si rimette al Mittente, alla vita che è cosparsa di difficoltà e che invece contiene soprattutto gioie infinite.Offesa, dunque, alla razionalità. La malattia incurabile, la perdita o la mancanza totale della realizzazione lavorativa, la grossa delusione d’amore, la constatazione circa la famiglia che respinge o non capisce, il tradimento sleale ed imprevisto, la netta sensazione di inutilità sociale, la progressiva uccisione dell’io: tutte concause, tutti segmenti terribili lungo la linea del ” mal di vivere”. Appunto.Il sacerdote poi ricorderà a tutti la grandezza del perdono, cercherà di convincere i familiari sulla necessità di guardare avanti, inviterà ad unirsi in preghiera; insomma, farà il suo mestiere.Il vuoto, intanto, resta e con esso la consapevolezza di non poterlo riempire mai. Quella foto sorridente ( a proposito, perchè si prendono sempre quelle? C’è poco da ridere….) prende posto nell’animo di tutti noi, ingiallirà proporzionalmente al ricordo negli anni, provoca emozioni e tristezza infinite, ferma l’orologio della vita su una data ed, infine, ripropone il dilemma fondato, come già detto sui due canonici corni: coraggio o viltà. Shakespeare è ricordato soprattutto per la dicotomia tra “essere” e “non essere” focalizzata nel celebre dramma amletiano, per cui determina due correnti di pensiero, assolutamente antitetiche e contrastanti, da cui appare lecito dedurre quanto l'”essere” valga per la conservazione della vita e quanto, di riflesso, il ” non essere” valga per la negazione della stessa.Un autentico busillis, il classico rompicapo, il cubo di Kubrik della cerebralità. Non c’è il mandante in ogni suicidio, a meno che non si propenda per identificarlo nel fato, il che coincide con l’accettazione del nulla. Giancarlo avrà pensato a tutto questo? Non credo proprio; anzi, lo spero. La mia parte irrazionale mi induce a volergli bene, pur non avendolo mai conosciuto; idem per la mia parte razionale. Moltissimi gliene hanno voluto ed ora si guardano smarriti nel tentativo ( improbabilissimo) di capirne l’ultimo ed estremo gesto, l’ennesimo “VROOM” di una moto che stavolta Giancarlo non ha saputo ( o voluto?) controllare.

Goffredo Covino

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